Ispirazione

un sorrisoFinite le scuole medie bisognava scegliere come continuare il camino. Il mio miglior amico, vicino di casa aveva un anno più di me e frequentava una scuola per periti elettrotecnici. Raccontava tante cose divertenti dalla scuola. Il professore di storia sosteneva di essere stato un partigiano durante la seconda guerra mondiale e per sottolineare le difficoltà gli diceva: erano 30 gradi sotto zero ed il fango arrivava alle ginocchia. Ci facevamo delle risate pazzesche. Mi invogliava di seguire i suoi passi, ma i miei genitori la pensavano diversamente. Eravamo un ceto medio e papà era laureato; pertanto si aspettava che anche il figlio, cioè io seguisse le suo orme. Loro volevano che io mi iscrissi in un liceo. Come si addice a quell’età mi piaceva essere un po’ ribelle e provocarli. Dicevo che mi iscriverò alla scuola per i spazzini (non credo esistesse una cosa così), perché comunque è un mestiere onesto e dà da mangiare. Alla fine andò così come volevano i miei genitori; scelsi quello scientifico. La matematica ed i numeri mi piacevano sempre e mi divertiva molto risolvere dei problemi e scoprire le sconosciute.

Per spiegare tutta la faccenda devo sottolineare che le lingue non mi piacevano  molto: è un caso abbastanza diffuso che quelli talentuosi nelle materie scientifiche non vanno molto bene con quelle sociali. Quell’anno il liceo dove mi sono iscritto aveva qualche problema con le risorse e con la copertura oraria delle stesse. Sapevo comunque di dover subire italiano, inglese e  latino (un liceo che si rispetta, anche se scientifico, non può rinunciare al latino), ma mi hanno infilato anche il tedesco. La professoressa non aveva le ore sufficienti e si doveva inventare qualcosa e io sono risultato la vittima. Ma comunque la viennese d’origine che ci insegnava la lingua teutonica era un personaggio pazzesco e alla fine non mi dispiaceva subirla perché insieme ai compiti scolastici spesso si soffermava sulle cose della vita, raccontandoci le sue esperienze con quella sua voce strillante.

L’insegnante d’inglese era abbastanza normale, brava e ci teneva tanto a farci imparare qualcosa. Avevo qualche problema con lei quando ha scoperto in un occasione un fogliettino di carta nella mia mano con tutti i verbi irregolari. Antimama (sto leggendo in questi giorni un romanzo di Fulvio Ervas), quello del latino era l’unico maschio ed era matto. Mica lo sapevamo se non ci confidava lui la sua storia. Lo hanno rinchiuso in un manicomio per qualche anno perché non era molto allineato con la società e dopo quando è uscito doveva capitare proprio a me. Spesso confermava quel aggettivo matto anche nella classe. Un giorno è entrato in aula e si è fermato in cattedra ad osservarci. Parlavamo tra di noi e facevamo un grande chiasso, ma dopo un po’ di tempo ci siamo messi sul attento e lui continuava a fissarci finché ad un certo momento non ha allargato le braccia e fatto la domanda: avete mai visto Gesù Cristo? Avevamo gli occhi come due euro e le bocche sembravano i crateri dei vulcani non attivi. Il silenzio era assoluta quando lui ha dato anche la risposta. Adesso potete vederlo.

Ne sono sicuro sull’esistenza della mia attività celebrale. La prova è una parentesi più lunga del tema che vuoi affrontare, ma non so se è un buon segno o meno? Arrivo alla professoressa d’italiano. Quando ci dava i compiti in classe e quelli da fare a casa sottolineava molto l’importanza dell’ispirazione e ci raccontava i vari modi come alcuni famosi scrittore cercavano di recuperarla quando quelle se ne andava in gita per cavoli suoi. E prima di un compito di classe ci ha fatto la stessa arringa, indicandoci un tema del quale la mia memoria si rifiuta di ricordarsi, ma non importa. Un tizio, seduto nel ultimo banco, voleva marcare il fatto che non si possono chiedere i capolavori scolastici se la stessa ispirazione è assente, cioè dare la ragione alla tizia. Al posto del testo, nel suo quaderno è comparso un disegnino con un cesto, all’interno del quale era un foglio stropicciato con la parola ispirazione in vista. Ecco, tutto questo articolo perché volevo dirvi che anche a me oggi manca.