Palo di luce

Non si chiama così, ma quasi gli starebbe bene come nome. Lo conosco, sono stato padrino del figlio della sua sorella. Un ragazzo giovane, appena oltre 20 anni. Un figlio milanese. Madre, padre e figlio. Loro sono pensionati, lui senza un redito. Ha finito le superiori. Non è andato avanti. Ammette di non essere stato un grande studente. Gli piaceva di più pallone che libri. Il sogno di diventare un fuoriclasse è fallito. Nel club erano visti meglio i figli di papà e quelli raccomandati. Ma anche lui non si è impegnato troppo. Cerca lavoro. Niente o quasi. Qui e là lavora presso qualche chiosco finché non arrivi qualcuno più conosciuto. I giorni passano. I compagni si sono persi in giro. Alcuni all’università, gli altri sono riusciti a trovare lavoro e ci sono anche quelli che sono andati via da Milano. Ogni tanto qualche fidanzata…

Sempre più spesso passeggia da solo. Passeggia e nella sua solitudine ascolta se stesso. Pensa dove e come. I genitori l’hanno avuto tardi. Sono già all’età che qualcuno dovrebbe prendersi cura di loro guardare loro e non che loro devono pensare a lui. Specialmente il padre; è molto più anziano della madre. I genitori sono turbati, coscienti del fatto che non riescono ad aiutarlo.  Nascondono le loro preoccupazioni. Un giorno durante una delle sue camminate si imbatte in un avviso su un palo di luce. Qualcuno ha stampato una pagina dall’Internet e l’ha incollata sul palo. Sulla carta, l’ambasciata degli Stati Uniti annuncia il concorso per vincere la carta verde, il permesso di soggiorno e di lavoro nel loro paese. Per i vincitori si apre il sogno americano. Strappa il foglio e lo porta a casa. Partecipa al concorso. Non aspetta niente. Non crede nella possibilità di essere estratto tra milioni di partecipati, di essere tra venti mila fortunati che saranno baciati dalla fortuna. Non importa. Il tempo non gli manca.

Aveva già dimenticato la faccenda qua/ndo gli arriva l’avviso via e-mail. Lui è uno dei venti mila! Ci sono le istruzioni e gli obblighi ai quali deve adempire per poter sfruttare l’occasione. Si sente scioccato. Piangere o ridere, non sapeva quale emozione prevaleva. Non è mai stato nemmeno a Roma e adesso la via per gli Stati Uniti si è aperta. Là non ha nessuno. Ha sentito che un compagno di scuola è finito a Chicago, ma come contattarlo. Anche se riuscirà, come andrà agli States. Il biglietto cosa un cifra che lui non aveva mai nella tasca. Per questo potrebbe chiedere un prestito a qualcuno, ma qualche migliaia di dollari richiesti come garanzia, finché uno non si sistema, per non gravare sui contribuenti americani, da dove li procura? E supponendo che per un miracolo riesce a risolvere anche questo, come si caverà nel mondo straniero?

Il mondo che aspetta

Non dice niente ai genitori; li vuole risparmiare. Le sue camminate e riflessioni diventano sempre più intense. Il monologo interno è continuo. Non si immaginava mai oltre oceano. In effetti non è uscito mai nemmeno da Italia. Ma Italia non si prende cura dei giovani. Le esperienze della vita l’hanno insegnato questo. Una volta in America, cosa potrebbe fare? Non ha alcuna preparazione concreta, un mestiere magari. Camminando così arriva quasi fino al centro di città. Gira dietro un angolo e sbatte contro un palo. Ancora. Gli si accende una luce nella testa. All’altezza dei suoi occhi una pubblicità per un corso di Forex. Trading delle valute estere. Al corso si affronteranno  le analisi tecniche e quelle fondamentali, gestione del portafoglio e così via. L’indirizzo sulla pubblicità indica l’edificio di fronte. Entra e si informa. Il corso inizia domani. Organizzato dal comune non costa niente.

Passa una settimana e finalmente decide di dare la notizia ai genitori. Chiede un consiglio su cosa fare. Il padre risolve il problema. Vende l’appartamento e compra un monolocale in una zona periferica poco desiderabile. La differenza va al figlio. Il padre ha paura che lo paralizza, ma cerca di non mostrarla. Incoraggia il figlio, con le parole… sei uno duro, c’è la farai. Finito il corso di Forex parte per Chicago. L’ho aspetta il compagno di scuola; è riuscito a contattarlo grazie alla sua sorella che gli ha dato l’indirizzo di posta elettronica. Questo gli racconta l’America, le sue esperienze. Cerca lavoro. Riesce a trovarlo in un piccolo studio che investe i soldi dei propri clienti. L’inizio è duro. Porta caffè e ciambelle, fa le fotocopie, a volte anche pulisce i cestini. Ma lo trattano bene. Uno dei soci è italoamericano ed mostra una certa simpatia verso di lui. Lo introduce nel lavoro, nei grafici delle valute, gli spiega le esigenze dei clienti. Dopo due mesi gli affida il primo lavoro concreto, di poco conto, ma per lui importantissimo.

Si impegna al massimo. Rimane sveglio fino a tardi per leggere i libri sul economia, sulle finanze ed anche le analisi politiche. Tutto questo influisce l’andamento delle valute e degli indici delle borse. Dorme poco. Spesso telefona ai genitori. Stanno bene e questo gli da una forza ulteriore a resistere e a insistere. Alla fidanzata manda ogni tanto una e-mail. E’ puntuale, è preciso, mette un impegno sincero nel lavoro. Arriva la prima promozione. Un’altra. Il tempo passa. La sua sicurezza sta crescendo. L’unica cosa che lo opprime è il fatto che i genitori, per dargli questa possibilità, stanno in una topaia. A volte piange e dopo si sente più leggero.  Dopo 5 anni arriva anche la cittadinanza americana. Ha messo a parte un po’ di soldi e per la prima volta torna in Italia. Cerca un appartamento per i genitori, per restituire quello che gli aveva sottratto. Sta visitando la zona della città dove è cresciuto.

La nostalgia lo porto fino alla casa dove abbittavano. La mano si estende verso il campanello. Suona. Si apre la porta. Apre l’uomo al quale hanno venduto l’appartamento. Si ricorda di lui e gli offre un caffè. Gli chiede se conosce qualcuno che in zona vende l’appartamento. L’uomo lo guarda stupito: ma come sai che io vendo. Il cuore inizia a battergli. Un miracolo. Ha comprato lo stesso appartamento dove hanno vissuto dalla sua nascita. I genitori sono traslocati. Ha comprato i nuovi mobili. La sua felicità è immisurabile. Torna negli States.

Sta lavorando su se stesso. Frequenta le scuole ed i corsi per le varie specializzazioni. Legge molti libri e fa le ricerche mirate su Internet, sui temi che gli possono essere utili per la crescita professionale. Sta valutando anche la possibilità di mettersi in proprio. Viaggia. C’è una cosa che non ha realizzato. Gli manca qualcuno con cui divedere i giorni, la felicità e la tristezza. Sta cercando da tanto tempo, ma non riesce a trovare la ragazza giusta. Ultimamente si è scoraggiato e quasi ha smesso di cercare. Forse lei troverà lui, dietro un palo di luce.

 

Mi seppelliranno accanto a George Clooney

Poche sono le persone che non hanno paura della morte e di solito i cimiteri non vengono frequentati se non si va a fare visita ai defunti. Questo era il mio pensiero fino a pochi giorni fa, quando ho ricevuto un insolito invito: andare al cimitero a vedere come si svolge il lavoro di un artigiano. Macabro, direste voi. Per niente, dico ora io. Per chi ha letto i miei precedenti articoli sa che ora mi trovo a Belgrado e credetemi sulla parola, è un altro mondo, difficile da raccontare ma splendido da vivere. Sapete anche che ho un cugino pittore. Ovviamente i lavori creativi sono mal pagati e per arrivare a fine mese bisogna inventarsi un qualcosa in più, trovare un compromesso fra ciò che ci piace fare e quello che ci permette di pagare l’affitto. Sempre nell’ipotesi che siamo fortunati al punto tale di fare qualcosa che ci piace. Oltre a dipingere e vendere i quadri, mio cugino fa un mestiere di cui, confesso, non sapevo niente: si occupa di dipingere le lapidi nei cimiteri.

Un fiacco lunedì pomeriggio mi chiama dicendomi che ci teneva a farmi vedere come si fa. Pare che con gli anni la mia curiosità sia in costante crescita e nonostante io abbia paura dei cimiteri (è una lunga storia che meriterebbe un capitolo a parte) ho accettato volentieri. La prima fermata è stata in un’azienda che taglia il marmo per le lapidi. Per me sono ancora oggi becchini anche se in realtà si tratta di impresa edilizia, cosa, per me alquanto bizzarra data che sono figlia di un uomo che si è occupato di edilizia e non ha mai costruito una tomba. Dopo un caffè e infiniti discorsi maschili sulle prestazioni delle loro macchine (ero l’unica donna presente), siamo andati al cimitero. Il lavoro era veloce, bastava disegnare una rosa. Sono rimasta affascinata dalla tecnica.

La bellissima rosa è stata disegnata con una specie di trapano mentre io ero seduta sulla tomba accanto come se fossi ipnotizzata. In seguito ho fatto una passeggiata nel cimitero osservando i disegni delle figure intere (che pare vanno di moda nella religione ortodossa) e mi sono chiesta come vivono questi artigiani il loro ravvicinato contatto con la morte. I miei pensieri, in quel momento sono andati fino ai becchini e guardiani dei cimiteri. Mi ricordo che quando ero bambina, il guardiano nel mio quartiere era un giovane ragazzo, il più delle volte ubriaco. A distanza di tutti questi anni ho capito il perché ma paradossalmente per me quella giornata è stata una giornata piena di serenità e gioia. Non so se mai crederò in Dio ma sono della opinione che tutto accade nel momento giusto. Quando il disegno della rosa è stato finito, improvvisamente ha iniziato a piovere. Mi sono bagnata ma non mi importava. Una volta mio nonno ha detto: “Non devi avere paura dei morti ma dei vivi”. Oramai inzuppata di pioggia estiva, ho capito quanto la vita sia affascinante, anche quando non sai cosa accadrà, perché è tutto un adeguarsi, osservare e cercare di tirare fuori il meglio da tutto quello che accade.

Era da quando andavo alle elementari che non vedevo mio cugino dipingere e che non passavamo del tempo insieme nel mondo artistico, da soli. Come se fossimo tornati indietro al vecchio prato e albero. Soltanto che eravamo diversi noi, più adulti ma ragazzini allo stesso tempo. Rientrati in macchina abbiamo realizzato un piano. Farmi costruire una lapide. Per quanto riguarda la fotografia sono ancora indecisa se far realizzare la figura intera oppure soltanto il primo piano. In ogni caso, dovrei avere ancora tempo ma una cosa è certa, farò fare l’immagine di George Clooney come mio marito, versione da giovane e io sceglierò di avere le sembianze di Valentina Crepax. Tutto questo con la speranza che sia io a seppellire mio marito, così non potrà opporsi alla mia idea!

 

Felici di essere infelici

E’ proprio questo uno dei (primi) drammi della vita: la campana di vetro, anzi la sua, inevitabile, il più delle volte improvvisa e dolorosa scomparsa. Una scomparsa che ti mette di fronte alla vita. A te stesso. Alla tua inadeguatezza. Se vuoi “sopravvivere” devi velocemente capire le nuove regole, adattarti, entrare nel “gioco”. Come in tutti i giochi, la partita è fatta di giocatori. Alcuni di questi saranno corretti verso i propri avversari. Altri invece risulteranno essere competitivi, desiderosi di vittoria e per ottenerla faranno di tutto, compreso il giocare “sporco”. La vita è anche questa, “non sai mai chi fotterai tu o chi ti fotterà ma è troppo eccitante per non farne parte”. A volte tutti noi finiamo per ferire. Volontariamente o involontariamente.

Le società non sono mai state “sane” e difficilmente questo cambierà. L’uomo non diventerà responsabile di fronte agli altri perché non è responsabile verso se stesso. La storia ci ha mostrato questo. Le vite che si conducono oggi sono fatte di un grande vuoto. All’ordine del giorno ci sono: la solitudine, i cuori chiusi, le paure, psicanalisti, farmaci, illusione di avere una vita, la rassegnazione, la rabbia, il dolore e la disonestà (soprattutto verso se stessi).

E’ triste vivere in un mondo in cui le persone sono assenti anche quando presenti. Non c’è più il desiderio di “scoprire” il prossimo, di parlare o ascoltare. La spontaneità ha ceduto il posto alla indifferenza. Come se fossimo anestetizzati. Recitiamo costantemente ruoli socialmente accettati e se ci rifiutiamo di sottostare alle regole veniamo etichettati come quelli “strani”, misteriosi, finiamo per fare paura, perché il “diverso” fa paura. Non c’è più la personalità e neanche il coraggio di dire ciò che realmente si pensa. C’è infelicità che alla fine della giornata paradossalmente rende pure felici, si tratta di una categoria di persone che io definisco “felici di essere infelici”. Il loro numero è in costante e pericoloso aumento.

E allora che senso ha in questo catastrofico scenario dare il meglio che possiamo se intorno a noi c’è il peggio? Dare il meglio è una scelta di vita. E’ un atto di amore verso se stessi. E’ responsabilità. Il rapporto più difficile non è con gli altri ma con noi stessi. Facciamo del nostro meglio per provare quella impagabile sensazione di pace interiore, serenità e consapevolezza di avere fatto tutto quello che era nelle nostre possibilità. Per sentirci bene. E, a mio parere, non dobbiamo mai smettere di farlo. In conclusione: bisogna semplificare, non complicare. Accettare quello che non possiamo cambiare e cambiare quello che possiamo. Amen.

 

Posta per te

Buongiorno Bianca

Sono Beppe. Dopo tanto tempo mi rifaccio vivo e me ne scuso, ma abbiamo avuto qualche problema famigliare, per fortuna ora tutto positivamente risolto. Tu? Tutto OK per Voi? Ci siamo conosciuti per un tuo viaggio a Mafia, al quale avevi fatto seguire un ottimo “reportage” che mi avevi anche inviato. Ti chiedo se ti fosse possibile inviarmelo nuovamente perché, fortunatamente questa volta per meno importanti problemi di PC, non lo rintraccio più sulla memoria dei diversi dichi fissi.

Mi ha chiesto informazioni su Mafia un conoscente che abita nella nostra città. Io ho già dato loro alcune informazioni generali per organizzarsi il viaggio in autonomia, come al tempo avevo fatto con te, ma vedere il vostro link sarebbe davvero interessante anche per loro oltre che per me. Con l’occasione ti invio i nostri più cari auguri di Buona Pasqua

Ciao Beppe,

Che piacere sentirti! Avevo capito che la tua assenza era dovuta ai problemi famigliari. Mi ricordo molto bene della tua Sofia ed i suoi genitori che non andavano più d’accordo. Sono proprio felice che si è risolta positivamente la situazione. Noi stiamo abbastanza bene. Da dicembre la nostra figlia è tornata a vivere da noi causa lavoro che non c’è. Vorrebbe trasferirsi a Roma ma non riesce a trovare niente e la cosa ci preoccupa un po’. Da quando non ci siamo sentiti abbiamo fatto qualche viaggio. L’anno scorso siamo stati in Cambogia ad Angkor e poi una settimana su un isola fantastica dove finalmente ho realizzato il mio sogno di dormire in una capanna.

Ecco il sito http://www.spazioso.net/ dove sono quasi tutti miei diari dei viaggi dove vedrai che ho girato parecchio e il 18 aprile vada in Marocco. Anche il link di Mafia è sullo stesso sito. Penso che sia meglio che mandi tu il link al tuo amico.

L'isola di Mafia
Cara Bianca,

Cominciamo con le cose belle. Sofia è una bellissima bambina che ha compiuto i 7 anni lo scorso Settembre. Marco e Monica si sono rappacificati, sposati ma quello che più conta è che Sofia è tornata a vivere nel paese. Ci vogliamo davvero tanto bene ed è una bambina davvero bella e brava, una vera meraviglia per il suo nonno.

Io sto diventando vecchio, a fine mese saranno 72, ma non ho perso la voglia di viaggiare. L’anno scorso io e mia moglie siamo andati in Norvegia per una bellissima settimana su Hurtigruten (il postale dei Fiordi) da Bergen a Kirkenes, oltre Capo Nord con 7 scali in piccoli porti, con uno spettacolare natura delineata da mare blu cobalto, montagne ancora innevate sino al livello del mare, nave piccola, 400 posti ma solo 250 passeggeri. A fine maggio in Norvegia il turismo non è ancora al massimo. Per noi una vera meraviglia fatta di sole e di notti bianche, fiordi strettissimi (alla faccia del Comandante Schettino) affrontati con manovre perfette e sicure anche in condizioni estreme. Non ultimo, un cibo raffinato e buonissimo. Unico neo età dei passeggeri un po’ alta ma anche noi abbiamo ben contribuito ad elevarne l’ordinata media.

Il giorno prima dell’imbarco abbiamo fatto un bellissimo giro noi due da soli da Bergen a Flam che ha avuto il suo apice con la Flambana, una ferrovia ardita e ingegneristicamente incredibile realizzata su un percorso che in 10 kilometri supera un dislivello di oltre 1000 mt con pinete, fiumi impetuosi, cascate, gallerie e viadotti. Poi di ritorno siamo stati ad Oslo 3 giorni, che abbiamo rivisto dopo 35 anni. Molto cambiata e più bella; il petrolio del mare del Nord e buon governo della politica aiutano molto. Pensa che in Norvegia sino agli ultimi anni 60 del secolo scorso avevano ancora il razionamento di alcuni generi alimentari.

Noi, verso fine giugno, andremo per 14 giorni ancora su una nave cargo (guarda su internet Aranui 3) in Polinesia Francese, da Tahiti, con alcune tappe nelle Isole della Società, alle Taumotù, alle Marchesi e viceversa. Ogni giorno la Aranui arriverà in mattinata su un’isola diversa, farà le sue operazioni di carico e scarico per tutto il giorno, per ripartire la sera verso un’altra isola. Noi per ogni scalo avremo circa 8/10 ore per visitare le isole, tutte molto piccole ma bellissime, fare bagni e goderci il sole tropicale. Verranno con noi una coppia dei soliti amici. Vacanza un po’ costosa ma alla mia età cosa aspetto ancora.

Mi spiace per tua figlia, ma vedrai che si sbloccherà qualche cosa anche per i nostri giovani, certo che studiare tanto per nulla è il sintomo di un malessere da cui l’Italia non riesce ancora ad uscirne. Domani pomeriggio guarderò con calma i tuoi bellissimi link di viaggio, poi ti dico. Ho già inoltrato tutto anche al nostro amico e avvertito Maura che verrà contattata.

Opzioni

L’unica opzione che ci rimane sempre a disposizione è ridere, scherzare, fare delle battute sugli eventi che ci circondano. Ma non su quelli che in modo naturale provocano quell’azione fisica del nostro corpo che consiste nel curvare le labbra, stringere gli occhi in modo buffo, avere tutta la faccia piena di rughe (per non parlare dei movimenti delle mani ed i suoni emessi durante una irritazione del genere). Non cari miei. Occorre applicare questa precauzione proprio nelle occasioni opposte, cioè quelli che sempre ci farebbero deformare la faccia, ed eventualmente anche inumidirla. Là bisogna essere filosofi e scoprire, quando tutto ci sembra perso e inutile, il lato umoristico della vicenda; nostra individuale. Perché il mondo di noi se ne frega, al 169%.

Quando li senti parlare, prima ti rimpicciolisci nel tuo io, ti ritiri dentro, perché sembrano molto intelligenti, istruiti, in due parole lasciano l’impressione (scusa, ma l’articolo non è una parola, pertanto sono 2, non 3: vai a prendere in giro qualcun altro). Dopo prendi il telecomando ed abbassi un po’ il volume, perché anche se quello del televisore è fisicamente fisso, loro comunque aumentano il livello, e tu inizi di avere mal di orecchie. Alla fine parlano tutti, insieme, non accorgendosi che ci sono altri presenti nello studio. E tu durante quel processo di condizionamento (ognuno dice che è il migliore ed unico) stai soffrendo, ti senti nessuno. Iniziano a scenderti le lacrime, all’inizio pianamente e dopo si trasformano nelle cascate. Manca poco per passare la soglia di una crisi, un vero esaurimento neurotico.

Al momento quando raggiungi la soglia di sopportazione, oltre la quale non riesci a subirne di più, la trasmissione finisce. Con i movimenti lenti prendi quel aggeggio e premi il bottone rosso. L’immagine scompare. Non c’è nemmeno più il rumore. Guarda un po’, anche la nebbia nella tua mente inizia a diradarsi. Lo stato depressivo inizia ad alleggerirsi. All’improvviso ti viene l’illuminazione: ma quelli sono dei testimoni (la parola latina dalla quale trae l’origine quella spesso usata per le due palle maschili).

Alla fine capisci che tra le opzioni binarie (due scelte sole, semplificando: o sì, oppure no), c’è un fondamentale: accendere l’apparecchio o essere felici. Pertanto decidi di alzarti dal tuo divano che spesso diventa scomodo e di spostarti sulla sedia di fronte al monitor del tuo elaboratore elettronico. Apri il tuo sfogliatore preferito e vai a leggere delle barzellette che ti faranno tornare gli angoli delle labbra verso alto: tradotto, ti torna il sorriso sul viso (meglio che una lacrima sul riso, che proviene dal tuo muso grugnito).

E qui capisci che niente non ha senso e che il vero senso è proprio questo fatto. Perché tutti cercano un significato, da migliaia d’anni e a nessuno è sembrato strano che se fino ad oggi non sono riusciti a scoprire il segreto e perché forse non c’è. La vita non ha un senso, semplicemente si vive, rispettando le opzioni offerte e tenendo il televisore rigorosamente spento nella prima serata.

Ispirazione

un sorrisoFinite le scuole medie bisognava scegliere come continuare il camino. Il mio miglior amico, vicino di casa aveva un anno più di me e frequentava una scuola per periti elettrotecnici. Raccontava tante cose divertenti dalla scuola. Il professore di storia sosteneva di essere stato un partigiano durante la seconda guerra mondiale e per sottolineare le difficoltà gli diceva: erano 30 gradi sotto zero ed il fango arrivava alle ginocchia. Ci facevamo delle risate pazzesche. Mi invogliava di seguire i suoi passi, ma i miei genitori la pensavano diversamente. Eravamo un ceto medio e papà era laureato; pertanto si aspettava che anche il figlio, cioè io seguisse le suo orme. Loro volevano che io mi iscrissi in un liceo. Come si addice a quell’età mi piaceva essere un po’ ribelle e provocarli. Dicevo che mi iscriverò alla scuola per i spazzini (non credo esistesse una cosa così), perché comunque è un mestiere onesto e dà da mangiare. Alla fine andò così come volevano i miei genitori; scelsi quello scientifico. La matematica ed i numeri mi piacevano sempre e mi divertiva molto risolvere dei problemi e scoprire le sconosciute.

Per spiegare tutta la faccenda devo sottolineare che le lingue non mi piacevano  molto: è un caso abbastanza diffuso che quelli talentuosi nelle materie scientifiche non vanno molto bene con quelle sociali. Quell’anno il liceo dove mi sono iscritto aveva qualche problema con le risorse e con la copertura oraria delle stesse. Sapevo comunque di dover subire italiano, inglese e  latino (un liceo che si rispetta, anche se scientifico, non può rinunciare al latino), ma mi hanno infilato anche il tedesco. La professoressa non aveva le ore sufficienti e si doveva inventare qualcosa e io sono risultato la vittima. Ma comunque la viennese d’origine che ci insegnava la lingua teutonica era un personaggio pazzesco e alla fine non mi dispiaceva subirla perché insieme ai compiti scolastici spesso si soffermava sulle cose della vita, raccontandoci le sue esperienze con quella sua voce strillante.

L’insegnante d’inglese era abbastanza normale, brava e ci teneva tanto a farci imparare qualcosa. Avevo qualche problema con lei quando ha scoperto in un occasione un fogliettino di carta nella mia mano con tutti i verbi irregolari. Antimama (sto leggendo in questi giorni un romanzo di Fulvio Ervas), quello del latino era l’unico maschio ed era matto. Mica lo sapevamo se non ci confidava lui la sua storia. Lo hanno rinchiuso in un manicomio per qualche anno perché non era molto allineato con la società e dopo quando è uscito doveva capitare proprio a me. Spesso confermava quel aggettivo matto anche nella classe. Un giorno è entrato in aula e si è fermato in cattedra ad osservarci. Parlavamo tra di noi e facevamo un grande chiasso, ma dopo un po’ di tempo ci siamo messi sul attento e lui continuava a fissarci finché ad un certo momento non ha allargato le braccia e fatto la domanda: avete mai visto Gesù Cristo? Avevamo gli occhi come due euro e le bocche sembravano i crateri dei vulcani non attivi. Il silenzio era assoluta quando lui ha dato anche la risposta. Adesso potete vederlo.

Ne sono sicuro sull’esistenza della mia attività celebrale. La prova è una parentesi più lunga del tema che vuoi affrontare, ma non so se è un buon segno o meno? Arrivo alla professoressa d’italiano. Quando ci dava i compiti in classe e quelli da fare a casa sottolineava molto l’importanza dell’ispirazione e ci raccontava i vari modi come alcuni famosi scrittore cercavano di recuperarla quando quelle se ne andava in gita per cavoli suoi. E prima di un compito di classe ci ha fatto la stessa arringa, indicandoci un tema del quale la mia memoria si rifiuta di ricordarsi, ma non importa. Un tizio, seduto nel ultimo banco, voleva marcare il fatto che non si possono chiedere i capolavori scolastici se la stessa ispirazione è assente, cioè dare la ragione alla tizia. Al posto del testo, nel suo quaderno è comparso un disegnino con un cesto, all’interno del quale era un foglio stropicciato con la parola ispirazione in vista. Ecco, tutto questo articolo perché volevo dirvi che anche a me oggi manca.

 

Amarica

Da quando la mia coscienza sociale si è sviluppata, sono stato sempre un grande ammiratore dell’America, l’abbreviazione che di solito usiamo quando vogliamo indicare Stati Uniti d’America. Cercavo sempre di capire come mai? Ci sono anche altri paesi nel mondo che meritano il mio rispetto e l’ammirazione. Forse per la sua storia. Una grande storia che ci insegna come una popolazione disomogenea, arrivata là da tutte le parti del mondo, sotto una guida astuta delle persone generose può diventare una nazione di riferimento per tutto il mondo. Il fatto che là giungeva in prevalenza la gente che non aveva niente da perdere, perché dietro di se non hanno lasciato niente, e che sopravviveva quello più forte, più adattabile, ha sicuramente avuto un ruolo evolutivo e per questo che gli Americani sono considerati e sono, oppure erano, veramente un popolo molto pratico.

L’altra cosa che mi affascinava è la loro unità e il patriottismo. Intendiamoci bene, uno trae le conclusione dalle informazione che ha alla propria disposizione, ma spesso su certi aspetti idealizza i fatti e li vede in modo conveniente, che fa piacere alla sua mente. Così qualche abbaglio sicuramente avevo preso anch’io. Oppure era così una volta; i politici in quel grande paese votavano insieme le cose che erano ovviamente buone per tutti. Non come da noi dove ti vado contro soltanto perché sono del partito diverso. Ma le cose sono iniziate a cambiare anche là, da tempo.

Un primo turbamento ho avuto quando hanno eletto Clinton, anche se si sapeva pubblicamente che aveva tradito la propria moglie. Come posso avere la massima fiducia in una persona che tradisce la propria compagna? So che è un ragionamento che suona conservativo, ma dietro c’è una forte logica inattaccabile. E le cose sono peggiorate e stanno peggiorando ancora e il mio amore incondizionato di una volta sta calando, ogni giorno di più. Nelle loro vicende politiche mi sembra sempre più spesso di vedere le nostre; mi piacerebbe vedere proprio il contrario. Si scontrano su ogni cosa, soltanto per far del male all’avversario e per aumentare la possibilità di essere eletti o rieletti.

L’ultima di questi giorni, sul loro deficit e blocco di alcune istituzioni statali, sta mettendo a dura prova tutto quello in cui ci credevo. Lo stato più grande del mondo (non come superficie, ovviamente), un numero uno su moltissimi aspetti positivi, sta per andare in bancarotta? E tutto questo grazie ai propri politici ed ai poteri forti. L’apparenza è diversa rispetto alle faccende nostre, ma sotto c’è la stessa casualità. Ecco perché il titolo sembra errato, ma non lo è. Amarica è diventata amara, anche per i propri abitanti che iniziano di imparare cosa vuol dire un cattivo governo e uno scontro politico a larga scala.

In fondo si tratta di soldi che sembra siano diventati l’unico valore nelle nostre società. La nostra dirigenza è diventata così avida ed egoistica che guarda tutta tramite denaro. I valori tradizionali, l’aiuto al prossimo, l’amore, non soltanto sono in secondo piano, ma se continuiamo così rischiamo di dimenticare il significato di qui termini. Per portarci più dentro e darci delle sensazioni false che anche noi possiamo far parte di questo mondo stanno inventando di tutto, per esempio Forex. Se non sai di cosa si tratta o vuoi approfondire l’oggetto visita http://www.forex-internet.com/forexonline dove troverai delle informazioni a proposito; comunque vorrei sconsigliare l’utilizzo, ma vale la pena leggere per migliorare la cultura generale. A grande porte entra la tecnologia, i computer, i cellulari di ultima generazione e sempre più spesso sento le discussioni sulle loro caratteristiche che sugli aspetti quotidiani della vita. Tutto voluto per tenerci buoni e contenti, ma quest’ultimo siamo sempre di meno, perché il nostro istinto ci dice che c’è qualcosa che non va con questa civiltà.